L’odore

È uno di quei giorni in cui vorrei essere al mare, vestito per il freddo: giacca pesante, le mani in tasca, occhiali da sole per proteggermi dalla luce diffusa del cielo coperto, ma non solo. Prendo l’auto e in poco tempo sono lì. Osservo le onde spinte dal vento calmarsi sulla spiaggia. Mi bagno le scarpe e chissenefrega se avrò freddo ai piedi. Cammino a lungo, mi fermo al chioschetto sulla passeggiata, voglioso di caffè.

L’immagine è di autore sconosciuto. Fa parte della collezione di Sèbastien Lifshitz, composta da fotografie trovate nei mercatini delle pulci o su internet (!). Tutte raccolte in un libro intitolato Amateur.

Seduto sul muretto, come da ragazzino, osservo i pochi compagni di giro. Ognuno cerca un pezzo di sé: un ricordo, una sensazione sepolta da tempo, un viso. Ritrovarsi, senza il bisogno di parlare con qualcuno. O il dovere.
Incrocio un giovane uomo vestito di tutto punto, da sera, le scarpe lucide. Un dandy, direbbe qualcuno con un termine da sempre desueto. La sabbia bagnata gli sporca le calzature eleganti. Porta a spasso due cagnolini. È un po’ stropicciato; probabilmente è appena rientrato da una notte movimentata. Aperta la porta di casa, deve aver trovato i suoi amici in attesa, scodinzolanti. Niente doccia, subito a spasso. I cani mi piacciono, ma non quelli piccoli. Un cane deve avere una certa dimensione, deve essere forte. Un cane piccolo è un giocattolo; uno grande è un amico. Non so perché.
Il giovane uomo mi fa tornare in mente un diciassettenne conosciuto brevemente durante un’estate al mare. Si faceva chiamare con un nome di donna e, tra tutti i miei amici, aveva scelto me cercando più volte, timidamente, di avvicinarmi. Facevamo tutti parte di un folto gruppo di ragazze e ragazzi provenienti da diverse città. Un giorno arrivai in spiaggia prima di tutti. Era già lì e trovò il coraggio di porre proprio a me la domanda che probabilmente lo arrovellava da tempo, nonostante la giovane età. Eravamo tutti alla ricerca della storia dell’estate, magari la prima, una di quelle che poteva durare una notte o un mese. Non di più. Italiana, tedesca, inglese. Per noi la riviera offriva molte possibilità, tacche da aggiungere alla cintura. Lui probabilmente cercava una risposta, una risposta che io non avevo; non sapevo perché mi piacessero le ragazze, ma era così. Il perché lo capii molti anni dopo: era l’odore. L’odore di un uomo mi respinge, quello di una donna mi attrae. Semplicemente.

L’odore del mare non mi respinge mai, nemmeno quando esagera, come quando sulla spiaggia marciscono le alghe scaraventate a riva dalla burrasca. In estate vengono immediatamente raccolte; in inverno giacciono sulla battigia a decomporsi, putrefare.
Il mare mi riporta all’infanzia, quando mio padre mi insegnava, coi suoi modi spicci, a nuotare; alle scottature; alle vacanze che duravano uno, due, tre mesi; ai cugini molto più scafati di me. Da adulto, ho imparato a navigare. Della navigazione mi piace tutto, riesco ad apprezzare persino le scomodità o gli eventi che mettono alla prova la mia esperienza, sempre troppo poca. Ma se devo pensare a un momento particolare è quando, uscito dal porto, messa la prua al vento e issata la vela, poggio e appena preso velocità, spengo il motore. Silenzio, a parte il suono del vento, lo sciabordio dell’acqua. E l’odore del mare.

Il sole invisibile è al tramonto. È ora di tornare, mi avvio verso il punto dove ho lasciato l’auto.
Ma prima ho voglia di entrare nell’acqua vestito, come in un film.


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