Spezzo una lancia per chi ordina la birra piccola

Vorrei spezzare una lancia per chi ordina la birra piccola (20 cl) o, che esagerazione, la bottiglia da 33. Innanzitutto, non è che sei più maschio – sveglia, non è più di moda – se tracanni mezzo litro di birra e fai un paio di rutti di soddisfazione. 

In estate, dopo tre minuti, qualunque bevanda sul tavolo è calda. Persino la miglior birra o il miglior vino bianco, caldi, fanno schifo. Berresti mai un vino bianco a temperatura ambiente (cioé 30°C)? Io no, ma conosco persone che, purtroppo, lo bevono così anche in estate e guai a metterlo in frigo ché poi ti viene la congestione. Secondo me, meglio un’onorevole congestione – sempre che ti venga – che il vino bianco caldo. O la birra. Ma tant’è.

«No, grazie, non posso proprio bere, mi è venuta l’ulcera e la dottoressa non vuole più vedermi se bevo alcol».

Quindi, per amore della giusta temperatura di servizio, in quei locali dove hanno solo le birre basiche ordino la piccola perché rimane sufficientemente fresca per il tempo necessario a berla. Poi magari ne ordino un’altra.
Negli altri, dove servono le artigianali, chiedo la bottiglia da 50 o 60 cl immersa nel cestello del ghiaccio come si fa col vino bianco. Ti dò anche la mancia, che c…o ti costa portarmi il cestello del ghiaccio. Non riesco a bermi mezzo litro di birra in due sorsi, mica sono un vichingo.  Non ho attraversato il Mare del Nord a bordo di un dreki. Tu che fai finta di essere un intenditore, che senso ha sfoggiare la tua conoscenza della birra artigianale se poi, per berla fresca, te la scoli in due sorsi con la stessa velocità con cui hai l’eiaculazione precoce. Molto precoce. 

Bah!

Appunti

Una cosa che ho cominciato a fare in modo sistematico non appena ho deciso di provare a scrivere è prendere appunti. All’inizio li scrivevo su qualunque superficie di carta mi capitasse a tiro, in casa, in auto o al bar. Facile perderli. Allora ho iniziato a portarmi dietro dei taccuini ovunque andassi, ma oltre a essere un po’ scomodo – mi piacciono i quaderni o taccuini grandi – il rischio era di farseli rubare insieme allo zaino. Ma io amo girare leggero: poche cose e tutte possibilmente in tasca. Quindi sono passato al telefono – non mi fa impazzire come metodo, ma tant’è -, alle note, alle foto che poi, una volta in studio, riporto sul quadernone deputato al progetto. Quadernone sul quale spesso finiscono anche lezioni o parti di lezione o articoli, ritagli su un argomento specifico che in quel periodo sto cercando di approfondire e che in qualche modo utilizzerò nella storia che sto, faticosamente, cercando di scrivere.
Idee su come sviluppare un personaggio, su un aspetto della sua personalità. Nomi, i nomi mi assillano, non mi piace dare ai personaggi nomi troppo comuni, ho bisogno che dietro quel nome vi sia possibilmente una ragione o che mi piaccia il suono. Il nome deve suonare bene col cognome, col personaggio, ed essere possibilmente verosimile anche quando un po’ inusuale. Spezzoni di dialogo che ancora non so se e come utilizzerò.
Uso anche, ma in modo più sporadico, le mappe mentali attraverso uno dei tanti programmi disponibili sugli store digitali. Le mappe mentali mi servono per i collegamenti, per le linee temporali della storia principale e di quelle secondarie, i flashback. Recentemente ho anche provato, con soddisfazione, i fogli A3, ma posso scrivere e disegnare necessariamente solo in studio – al bar sarebbe scomodo.

Qualche giorno fa ho ripreso in mano il quaderno – dovrei dire il volume, date le dimensioni e lo spessore – sul quale avevo scritto quasi tutti gli appunti per «Certezza di cose». Molto bello, l’avevo acquistato durante un Fuori Salone qui a Milano. Mi ha stupito la quantità di materiale che non ho utilizzato o che, a una seconda rilettura, ho giudicato inadatto. Cioé, la maggior parte.

Chen Zhen, Short Circuits

Vista questa mattina all’Hangar Bicocca. Finalmente, prima che chiudano di nuovo tutto. Ho portato anche mio figlio undicenne e un suo amico. Credevo mi avrebbero detto le parolacce e, invece, la mostra di Chen Zhen è piaciuta molto anche a loro (sono rimasti indifferenti a quella di Neïl Beloufa. Anch’io). Accade più spesso del previsto. Provo spesso a esporre mio figlio a cose diverse. La sua reazione, e quella degli amici che a volte vengono con noi, è spesso una sorpresa. Torniamo spesso all’Hangar. Lui è innamorato delle torri di Anselm Kiefer, io dei suoi dipinti.

Su Doppiozero un’insolita recensione della mostra di Chen Zhen.

Hinterland (Y Gwyll)

Bella serie su Netflix.
Slow-burner, come direbbero gli addetti ai lavori: comincia in modo non troppo convincente, ma poi prende da dio. Qui, anche nel pieno dell’azione – non ce n’è molta, ma non se ne sente la mancanza – non sanno cos’è una pistola; eppure a volte servirebbe, anche solo per i lupi. Se ci sono le pecore, in genere ci sono pure loro.

Fortissimo accento del luogo, dialoghi a volte intervallati da qualche frase in gallese. Sottotitoli necessari. Sempre. Non riesco a immaginare come sarebbe stata tradotta in italiano. Curiosità di produzione: ogni scena è stata girata in inglese e ripetuta in gallese. La versione gallese è stata trasmessa su SC4 mentre quella in inglese su BBC 1. In Italia è in inglese sottotitolata.

Attori bra-vis-si-mi. Anche nelle parti secondarie. Pure le comparse. Anche coloro che compaiono un minuto solo in una puntata e poi scompaiono per sempre. Sospetto che anche gli animali domestici siano attori. Al posto dei soliti investigatori palestrati e tope spaziali che in vita tua non incontrerai mai in un ufficio di Polizia, che si trovi nel Galles o a Città Studi (ché poi uno si chiede, nell’universo creato dagli autori, com’è che tutti ‘sti figoni finiscono a fare i poliziotti), qui ci sono persone normali.

Ogni puntata dura circa un’ora e mezza. Questa sera mi guardo l’ultima. Sono convinto non deluderà.


Aggiornamento: la puntata finale non ha deluso, come da previsioni. Il giorno dopo sono andato alla ricerca di notizie su un’eventuale quarta stagione, ma Brexit ha avuto effetto anche sulle produzioni britanniche. Due delle tre stagioni erano state finanziate da denaro arrivato dal continente, denaro indispensabile per finanziare anche l’eventuale quarta stagione.


Extremely Loud & Incredibly Close

Recentemente mi sono imbattuto in questo libro di Johnatan Safran Foer, uscito nel 2005.

Bello, commovente, profondo, inaspettato. Da leggere lentamente, più lentamente del solito. Probabilmente uno dei migliori libri che ho letto negli ultimi dieci anni.
Avevo visto il film su blue-ray anni fa, film diretto da Stephen Daldry con Tom Hanks, Sandra Bullock e Thomas Horn, ma lo ricordavo vagamente per cui mi sono immerso nel libro quasi come se venissi a contatto con questa storia per la prima volta.

A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi.

Mi è piaciuto subito, dalle prime frasi. Sarà uno di quelli che, molto probabilmente, rileggerò nel tempo. Ho visto che ha suscitato lodi e critiche allo stesso tempo, ma credo le critiche siano giunte da puristi della scrittura che considerano certe soluzioni, definite tipografiche, come artifici impuri, astuti, da non utilizzare nelle opere serie. Io credo che qualunque soluzione onesta e organica al racconto sia invece benvenuta se funzionale alla storia. Come in questo caso.

Il libro nella versione originale.

La versione italiana nella traduzione di Massimo Bocchiola. 

Il trailer del film.

Il film su Prime Video.

Due parole sul cinema italiano

Due parole non richieste.

Il termine pregiudizio (dal latino prae, “prima” e iudicium, “giudizio”) (in inglese bias) può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di preconcetto o “giudizio prematuro”, ossia basato su argomenti pregressi e/o su una loro indiretta o generica conoscenza.

Wikipedia

Questa è la definizione migliore che ho trovato. Quella della Treccani fa riferimento alla mancanza di «una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose», ma nel caso del cinema ho, per quanto piccola, qualche diretta esperienza che mi permette di andare oltre al semplice mi piace/non mi piace.
Per quanto ci si sforzi, impossibile liberarsi dal pregiudizio. Non sono io a dirlo, ma filosofi del calibro, per esempio, di Raimon Panikkar o Hanna Arendt. Quindi affronterò l’argomento sapendo che adopererò certamente un pregiudizio nei confronti del cinema del nostro paese.

Ieri pomeriggio mi sono imbattuto in un film italiano che si ispira a un fatto realmente accaduto. Nessun titolo o riferimento preciso; ne parlerò in termini generici perché le caratteristiche del film sono comuni a troppi dei nostri prodotti. E non desidero allungare la lista di nemici.

Stavo facendo una ricerca su un fatto di cronaca della storia italiana, importante, ma ormai sconosciuto al cittadino comune, e ho voluto vedere come lo avevano trattato gli autori. Regista conosciuto, cast importante, personaggi principali e secondari tutti interpretati da attori noti; selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia, progetto finanziato dalla Regione e co-finanziato dall’unione Europea, film riconosciuto di interesse culturale con contributo ecc..
«Chissà che questa volta io non riesca ad arrivare alla fine». Mi sono fermato al dodicesimo minuto. Di una storia appassionante che poteva essere affrontata da diversi punti di vista e che offriva, da sola, nuda, la struttura drammaturgica sulla quale innestare personaggi sperabilmente intriganti, ne è stata tratta una versione insignificante, stereotipata, spenta, mediocre nell’esecuzione. L’ho già scritto in altre occasioni: in un famoso Ted Talk, Andrew Stanton afferma che probabilmente il primo comandamento da rispettare nel raccontare una storia è

“Make me care, please. Emotionally, intellectually, aesthetically, just make me care”.

E se non sei riuscito a ottenere la mia attenzione a nessun livello nei primi dodici minuti, ma al contrario sei riuscito a irritarmi già dalle prime inquadrature … .

Il soggetto, forse quello con cui sono stati ottenuti i finanziamenti, era probabilmente interessante proprio per la storia vera che fornisce lo spunto, la base sulla quale lavorare, ma l’esecuzione, nella forma di sceneggiatura e messa in scena, è così primitiva da assomigliare al risultato di un saggio di fine corso.
Gli attori, nonostante i nomi, davano la sensazione di aver dimenticato la differenza tra personaggio e caratterizzazione; non erano nella parte, risultavano fasulli. A parziale discolpa degli attori i dialoghi stereotipati, privi di sottotesto, ridondanti, quindi inutili al procedere della storia, non hanno certamente aiutato, anche se un maggiore rispetto dei tempi avrebbe reso il testo più scoppiettante e meno inorganico alla scena. La regia è generalmente elementare: totale, campo, contro-campo. Se c’è un movimento di macchina, è artificioso o addirittura casuale, spesso non necessario. La fotografia, dal punto di vista della sola luce, si salva, ma non sembra essere organica alla storia.
Non è l’unico film, purtroppo, ad avere queste caratteristiche. E troppe serie Tv hanno gli stessi problemi.

Perché? Provo a capire.

È un problema di soldi? Forse, ma non ne sono sicuro. Gli attori erano tra i più conosciuti, quindi presumibilmente tra i più pagati; bisognerebbe dedurre che fossero anche tra i più bravi, ma non è così per uno dei due che, forse, ha contribuito a peggiorare le prestazioni del partner. Comunque non era l’unico reparto a non funzionare.
Potrei sbagliare, ma la sensazione è che troppo spesso manchino nell’ordine: talento, mestiere, voglia di studiare. Il lavoro e la voglia di studiare, aggiornarsi, possono supplire, almeno in parte, alla mancanza di talento — Il duro lavoro batte il talento, se il talento non lavora duro. Questo relativamente ad attori, registi, scrittori. E i produttori, in un mercato asfittico come quello italiano, probabilmente non hanno alcuna voglia di rischiare su progetti innovativi e devono puntare tutto su nomi sicuri e di un certo richiamo per il pubblico. Succede anche a Hollywood, ma su altra scala. Comprensibile forse da un punto di vista meramente finanziario e di rischio di impresa se fai autoveicoli oggi, non nel cinema che è un’impresa pseudo-artigianale, almeno per noi italiani, ma a rischio altissimo. Se non te la senti di rischiare, o se non ne hai i mezzi intellettuali e culturali, forse dovresti fare un altro mestiere. Ma potrei sbagliare.

Può essere la sceneggiatura, il problema?

“To make a great film you need three things – the script, the script and the script.”

Hitchcock

Non solo Hitch, lo dice anche Ridley Scott. Infatti, un paio di suoi tonfi han peccato proprio in quel reparto.

Può essere la regia, il problema? Ho avuto modo di leggere molte sceneggiature di produzioni americane, alcune britanniche, nella versione di produzione o una delle ultime bozze, e spesso mi sono chiesto come da un testo in definitiva estremamente tecnico, quasi asettico, ne abbiano tratto dei film bellissimi, serie Tv coinvolgenti. A volte dei capolavori. Segno che probabilmente il regista è riuscito ad amalgamare tutti gli ingredienti per crearne un’opera armonica. Inoltre, immagino che l’alchimia, almeno quella professionale, con gli attori e il resto della troupe fosse pressoché perfetta.

Qualunque sia la ragione – probabilmente un insieme di quelle sopra elencate – il panorama, a parte le eccezioni, dal punto di vista dello spettatore è, secondo me, piuttosto ripetitivo e desolante. Nonostante ciò, la critica è troppo spesso favorevole di fronte a evidenti prodotti mal riusciti, che siano film cosiddetti impegnati (la critica militante!) o commerciali. Non riesco a capire come ciò che leggo nell’articolo possa riferirsi a ciò che vedo sullo schermo. Non so se si tratti di amor di patria o se la presenza di eventuali amici, conoscenti o familiari nella troupe funga come edulcorante nello scrivere. Possibile, l’ambiente è piccolo.

Rimane il fatto che da troppo tempo sono molto pochi i film italiani o serie Tv che ho visto per intero e ancora meno quelli che ho potuto apprezzare. Le classiche eccezioni.

E voi? Cosa ne pensate?

© Paolo Nobile – Tutti i Diritti Riservati – Testo registrato su Patamu con numero di deposito 145266

La folla

Se la licenzio devo darle il trattamento di fine rapporto e ora non ho i soldi. Ma come puoi vivere in un paese per dodici anni e non imparare due parole di italiano. Una volta che te ne vai, è per sempre. Non puoi pensare di tornare al paese, perché dopo così tanto tempo non è più il tuo. Straniero qui, straniero in patria. Devi decidere dove sarà la tua tomba e rinunciare a tornare. Al massimo le vacanze. Come si chiamava quell’ingegnere dell’IBM? Dopo aver girato e vissuto in giro per il mondo, una volta in pensione aveva deciso di tornare a Milano, ma non era più la sua città. Se i miei sapessero che non ho dato nemmeno un esame … . Non so cosa fare. Se glielo dico, cosa faranno? Cosa penseranno di me? Avevano così tanta fiducia. Dovrei già essere laureato. Finalmente libera, mi sono tolta di dosso quest’uomo di merda. Ma come ho fatto? Ora lo so, l’orologio biologico. Certo, era un bell’uomo …, è un bell’uomo, ma è impossibile viverci assieme. Totalmente inutile, una sofferenza. A parte scopare. Ora almeno ho un bambino. Cosa ci farà tutta questa gente a prendere la metro? Quello che faccio io, tornano a casa. Qualcuno invece scapperà da casa, qualcosa, qualcuno, oppure da tutto. Devo rientrare prima di mio figlio. Lavare bene le macchie, far sì che sia impossibile capire cosa è successo. Aveva urlato che voleva andarsene. L’avevano sentita tutti nel palazzo! Devo puntare su questo, stare attento a non tradirmi. Non volevo, ma mi dava addosso senza darmi un attimo di pace. Impossibile tornare indietro, ora. Speriamo di fare in tempo, non voglio che mio figlio sappia cosa ho fatto. Di chi saranno quelle vecchie scarpe? Ma tu guarda … . Probabilmente un poveraccio. Troppa gente sta male e non ce ne rendiamo conto fino a quando tocca a qualcuno che conosciamo. Oppure quando tocca a noi. Guardi che è inutile spingere, non vede quanta gente? Scusi. Scusi un bel niente. La piantasse almeno di appoggiarsi. Questo pare averlo bello gonfio; forse riesco a sfilarglielo senza farmi beccare come il mese scorso. E per due soldi, c’era più cartaccia che denaro. Sfigato. E sfigato io che mi sono fatto beccare, ma che ne sapevo che era un poliziotto in pensione. In genere li riconosco gli sbirri. Che fiatone. Non ce la faccio proprio più. Una volta le scale non erano un problema. Ora devo fermarmi molte volte prima di arrivare in cima. Chi avrebbe mai pensato di finire così. Da giovane non sai nulla di ciò che ti aspetta, tutto è possibile. Puoi immaginare in grande, sognarti su di un palco a ritirare un premio o in compagnia di una bellissima donna. Speriamo il treno non sia in ritardo. Non ho più voglia di aspettare, ho preso la maledetta decisione. È strano come ci si senta bene, dopo. Determinati per la prima volta. In pace. Prima o poi dovremo lasciarci. Quando la bimba sarà grande a sufficienza da capire, dovremo lasciarci. Ingoierò il rospo per i prossimi anni, ce la farò, per permetterle di crescere serenamente. Più o meno. Sopporterò. Avrei dovuto capirlo subito che non eravamo fatti l’uno per l’altra. Non riusciamo nemmeno a camminare insieme, figurati vivere. Eppure stava bene, non l’avevo mai vista così raggiante. Sono bastati tre mesi. Non tre anni, tre mesi! e il cancro se l’è portata via. Come è possibile? Asintomatico, ha detto l’oncologo. Vuol dire che quando te ne accorgi è troppo tardi. Non riesco a pensare ad altro. Non è giusto. Non è giusto. Non è giusto! Non avrei dovuto dargli un pugno. Mio padre me l’aveva detto: se qualcuno ti attacca, difenditi, ma non essere il primo, non risolvere mai una questione a pugni. Ora mi denuncerà, il bastardo. Credeva che io non reagissi, come al solito. Che gusto spaccargli i denti! Il suo sarcasmo di merda ora se lo può mettere su per il culo. E davanti al giudice dirò che l’ho fatto con piacere, soddisfazione, perché non è giusto comportarsi civilmente coi figli di puttana, bisogna gonfiarli di botte, altro che far finta di niente o porgere l’altra guancia. Avrei dovuto sorriderle anch’io. Era proprio bella. E quel sorriso non era per qualcun altro, c’ero solo io. E invece sono rimasto lì imbambolato a chiedermi perché avesse sorriso proprio a me. Scemo! Non era importante il perché, era importante che l’avesse fatto. Ha aspettato un po’, poi, quando io ho distolto lo sguardo, lo ha fatto anche lei e dopo un minuto se n’è andata. Sono proprio un imbecille. Devo essere stato adottato, non c’è altra spiegazione. Come posso essere così diverso da loro e da mio fratello. Altro che pecora nera, sono proprio un altro animale. Io non appartengo qui. Ma come fa quello a leggere un libro in questa calca.

Oh, finalmente un po’ di spazio.

© Paolo Nobile – Tutti i Diritti Riservati
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© Alexey Titarenko – CROWD TRYING TO ENTER VASSILEOSTROVSKAYA METRO STATION DURING THE COLLAPSE OF THE SOVIET UNION, 1992 – Gelatin silver print. Printed by Alexey Titarenko from original silver negative by optical means.
La Folla (2020) – © Paolo Nobile, Tutti i Diritti Riservati
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Arrival (Colonna Sonora)

Arrival (2016) è un film che periodicamente rivedo scoprendo sempre un dettaglio in precedenza inosservato. O inascoltato. È la storia, tratta da un racconto di Ted Chiang, dell’arrivo sulla Terra di dodici oggetti alieni e del tentativo di una linguista, arruolata in fretta e furia dall’Esercito Americano, di stabilire un contatto con gli esseri che abitano l’astronave. Mentre impara con difficoltà il linguaggio utilizzato dagli alieni, la protagonista comincia ad avere esperienze di memorie future, ricordi di un tempo non ancora trascorso (se si intende il tempo in senso lineare e direzionale, come lo intendiamo comunemente). Questo accade perché, secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf utilizzata nel film nella sua interpretazione più estrema, «il modo di esprimersi determina il modo di pensare» e quindi di avere esperienza del mondo (Le lingue sono «modi di guardare il mondo» — Károly Kerényi). Gli ospiti giunti sulla Terra utilizzano un linguaggio che altera la percezione umana lineare del tempo, da qui le memorie della protagonista relative a eventi della sua vita non ancora avvenuti.

La colonna sonora gioca un ruolo importantissimo nella fascinazione che Arrival continua a esercitare su di me. On the Nature of Daylight di Max Richter stabilisce subito il tono del film (verrà riproposta alla fine, a chiudere il cerchio) e quasi fa passare in secondo piano lo stupendo lavoro di Jóhann Jóhannsson, l’autore della colonna sonora originale — peccato che a causa di On the Nature of Daylight, il lavoro dell’autore islandese non abbia potuto essere ammesso alla corsa agli Oscar … . 

Data l’importanza della comunicazione e del linguaggio nella narrazione della storia, Jóhannsson ha utilizzato voci e coro cercando di distanziarsi da esempi più illustri come questo.

Qui c’è un assaggio del suo approccio alla storia narrata in Arrival.

E in questo articolo, una bella intervista sul suo lavoro.
Se non avete ancora visto il film, guardatelo. Nel momento in cui scrivo è disponibile anche in streaming su Amazon Prime, compreso nell’abbonamento, o su YouTube a pagamento.

Erano i ’60

Suor Angela era una delle suore che imponeva il timore di dio nell’asilo del quartiere nel quale ero capitato. Secca-secca, occhialuta, menava sventole che pareva Serena Williams. Una di quelle, esplosa improvvisamente, colpiva a velocità supersonica la guancia e, con uno schiocco che pareva uno sparo, ti elevava il quoziente di intelligenza in un amen.
In quegli anni, quello era il metodo per tenere a bada le esuberanze di noi piccoli immigrati, meridionali e veneti in maggioranza, i cui genitori rubavano il lavoro agli indigeni. Secondo l’opinione degli indigeni.
Se, una volta a casa, il teppistello aveva il coraggio di riportare l’accaduto, rischiava di prendere una seconda razione. In genere le mamme – negli anni ’60 i papà non accudivano i figli – non si lamentavano. Ammesso che una di loro nutrisse dubbi sul metodo formativo di Suor Angela, dopo una breve riflessione arrivava alla conclusione che, probabilmente, il figlio si era meritata la sberla.

Se invece eri un bambino tranquillo, dio mai volesse timido e studioso, non venivi mandato a fare karate o pugilato in ambiente protetto, come una specie in via d’estinzione, ma ogni pomeriggio, dopo la scuola, venivi mandato in strada a giocare. Lì sviluppavi gli anticorpi e imparavi a fare a botte. Fino a dodici anni ho fatto a botte, se non tutti i giorni, quasi. I miei avevano il conto aperto dall’ottico sul corso — ho indossato gli occhiali sin dalla seconda elementare. Periodicamente, dopo l’ennesima rissa, mi presentavo da solo in negozio con in mano i pezzi delle mie baricole e la proprietaria, scuotendo la testa, diceva «Questi non posso proprio più aggiustarli». E via un altro paio. Cambiavo più spesso occhiali che spazzolino da denti.

Si giocava in strada, e capitava che si facessero danni. Una volta, con gli altri membri della banda, dopo aver fatto i compiti, organizzai una sassaiola contro la 500 del barbiere, reo di avermi tagliato i capelli troppo corti nonostante gli avessi detto di non ascoltare mia madre. Incredibilmente lui non seppe mai chi e perché, ma mio padre sì, non so come. Qualcuno doveva aver fatto la spia. Quella sera solo mia madre potè impedirgli di ammazzarmi.

I compagni di classe delle elementari erano tra i più eterogenei: da quello a cui oggi diagnosticherebbero come minimo una malattia dall’acronimo impossibile a quello divenuto famoso pochi anni dopo, non ancora maggiorenne, per rapina a mano armata. Di due anni più vecchio di noi, bocciato due volte alle elementari – un caso unico – una mattina d’inverno era stato colto in flagrante in una gioielleria del centro. All’arrivo della volante, aveva subito posato la pistola sul pavimento e si era arreso senza fare resistenza, evitando le aggravanti. «Un giovane esperto con conoscenza approfondita del Codice Penale» scrisse all’epoca il quotidiano nella sezione cittadina. Me lo ricordo ancora il mio ex-compagno di classe a diciassette anni, spatentato, allenarsi con la cosiddetta Alfetta Rapina — l’Alfa Romeo 1800 Alfetta (122 CV), mezzo in uso alla Polizia e preferito dai rapinatori — percorrere in pieno giorno a tutta velocità la doppia curva a esse sotto casa, sgommando e derapando in modo da infilare come un missile la via che portava sul corso e poi dritto all’autostrada per Savona. Proprio bravo, non ha mai investito nessuno.

Erano gli anni in cui durante la bella stagione si vedevano ancora i maggiolini e le lucciole (gli insetti), ma d’inverno la nebbia in città era così fitta che non ti fidavi ad attraversare la strada neppure se intuivi il verde del semaforo. La stagione era lunga e faceva così freddo che c’era spesso il ghiaccio sul marciapiedi. I campi di calcio per noi bambini non erano in erba sintetica, ma in fango vero, incastonato qua e là da alcune pietre, croci dei portieri. Non c’era l’allenatore certificato per la rianimazione cardio-polmonare e l’uso del defibrillatore come nelle squadrette di oggi. Chi si procurava una ferita, ci pisciava sopra per disinfettarla (c’era questa bizzarra credenza sulle proprietà della pipì). Eventuali dispute sul campo, non essendoci gruppi agguerriti di mamme a controllare, venivano risolte con le mani. 

© Pedro Luis Raota

Se ti innamoravi della maestra e le portavi un regalino, non venivi accusato di molestie. E una volta approdato alle medie, pochi anni dopo, non dovevi aspettare che la tua compagna di classe ti dicesse «Sì, ora puoi baciarmi» dopo che avevi firmato la dichiarazione di consenso informato in triplice copia e la manleva per gli eventuali effetti secondari. Se riuscivi a mettere insieme il coraggio necessario, la baciavi e basta. Perché te l’aveva fatto capire in tutti i modi che era ora.

Le vacanze duravano tre mesi e mezzo. Senza compiti. Si partiva in treno scortati da un’amica di famiglia o un parente che tornava ggiù e si tornava a casa poco prima di ricominciare la scuola. Trasformati. Ci pensavano i cugini a farti fare esperienze che oggi fanno solo i trentenni accompagnati.

Scalzo e sempre in costume, che fossi al mare o in città a casa della zia, il colore della pelle si trasformava in bronzo brunito tanto che quando i genitori mi raggiungevano, la prima espressione che si dipingeva sul loro viso quando entravo nella stanza era “Mio figlio dov’è?”.

Si era precoci nel vizio. Ho fumato la prima volta a nove anni, quarta elementare: Nazionali Senza Filtro Esportazione, quelle col pacchetto verde e la sagoma della caravella nera. Uno delle banda ne aveva rubate cinque al padre, se l’era messe in tasca e ce le aveva portate insieme a qualche fiammifero. Uno schifo! Smisi subito, ma ricominciai a fumare a diciassette anni. Questa volta la pipa. 

Ma questa è un’altra storia. Si era già nei ’70.

© Paolo Nobile – Testo registrato su Patamu.com con numero di deposito 142102