Erano i ’60

Suor Angela era una delle suore che imponeva il timore di dio nell’asilo del quartiere nel quale ero capitato. Secca-secca, occhialuta, menava sventole che pareva Serena Williams. Una di quelle, esplosa improvvisamente, colpiva a velocità supersonica la guancia e, con uno schiocco che pareva uno sparo, ti elevava il quoziente di intelligenza in un amen.
In quegli anni, quello era il metodo per tenere a bada le esuberanze di noi piccoli immigrati, meridionali e veneti in maggioranza, i cui genitori rubavano il lavoro agli indigeni. Secondo l’opinione degli indigeni.
Se, una volta a casa, il teppistello aveva il coraggio di riportare l’accaduto, rischiava di prendere una seconda razione. In genere le mamme – negli anni ’60 i papà non accudivano i figli – non si lamentavano. Ammesso che una di loro nutrisse dubbi sul metodo formativo di Suor Angela, dopo una breve riflessione arrivava alla conclusione che, probabilmente, il figlio si era meritata la sberla.

Se invece eri un bambino tranquillo, dio mai volesse timido e studioso, non venivi mandato a fare karate o pugilato in ambiente protetto, come una specie in via d’estinzione, ma ogni pomeriggio, dopo la scuola, venivi mandato in strada a giocare. Lì sviluppavi gli anticorpi e imparavi a fare a botte. Fino a dodici anni ho fatto a botte, se non tutti i giorni, quasi. I miei avevano il conto aperto dall’ottico sul corso — ho indossato gli occhiali sin dalla seconda elementare. Periodicamente, dopo l’ennesima rissa, mi presentavo da solo in negozio con in mano i pezzi delle mie baricole e la proprietaria, scuotendo la testa, diceva «Questi non posso proprio più aggiustarli». E via un altro paio. Cambiavo più spesso occhiali che spazzolino da denti.

Si giocava in strada, e capitava che si facessero danni. Una volta, con gli altri membri della banda, dopo aver fatto i compiti, organizzai una sassaiola contro la 500 del barbiere, reo di avermi tagliato i capelli troppo corti nonostante gli avessi detto di non ascoltare mia madre. Incredibilmente lui non seppe mai chi e perché, ma mio padre sì, non so come. Qualcuno doveva aver fatto la spia. Quella sera solo mia madre potè impedirgli di ammazzarmi.

I compagni di classe delle elementari erano tra i più eterogenei: da quello a cui oggi diagnosticherebbero come minimo una malattia dall’acronimo impossibile a quello divenuto famoso pochi anni dopo, non ancora maggiorenne, per rapina a mano armata. Di due anni più vecchio di noi, bocciato due volte alle elementari – un caso unico – una mattina d’inverno era stato colto in flagrante in una gioielleria del centro. All’arrivo della volante, aveva subito posato la pistola sul pavimento e si era arreso senza fare resistenza, evitando le aggravanti. «Un giovane esperto con conoscenza approfondita del Codice Penale» scrisse all’epoca il quotidiano nella sezione cittadina. Me lo ricordo ancora il mio ex-compagno di classe a diciassette anni, spatentato, allenarsi con la cosiddetta Alfetta Rapina — l’Alfa Romeo 1800 Alfetta (122 CV), mezzo in uso alla Polizia e preferito dai rapinatori — percorrere in pieno giorno a tutta velocità la doppia curva a esse sotto casa, sgommando e derapando in modo da infilare come un missile la via che portava sul corso e poi dritto all’autostrada per Savona. Proprio bravo, non ha mai investito nessuno.

Erano gli anni in cui durante la bella stagione si vedevano ancora i maggiolini e le lucciole (gli insetti), ma d’inverno la nebbia in città era così fitta che non ti fidavi ad attraversare la strada neppure se intuivi il verde del semaforo. La stagione era lunga e faceva così freddo che c’era spesso il ghiaccio sul marciapiedi. I campi di calcio per noi bambini non erano in erba sintetica, ma in fango vero, incastonato qua e là da alcune pietre, croci dei portieri. Non c’era l’allenatore certificato per la rianimazione cardio-polmonare e l’uso del defibrillatore come nelle squadrette di oggi. Chi si procurava una ferita, ci pisciava sopra per disinfettarla (c’era questa bizzarra credenza sulle proprietà della pipì). Eventuali dispute sul campo, non essendoci gruppi agguerriti di mamme a controllare, venivano risolte con le mani. 

© Pedro Luis Raota

Se ti innamoravi della maestra e le portavi un regalino, non venivi accusato di molestie. E una volta approdato alle medie, pochi anni dopo, non dovevi aspettare che la tua compagna di classe ti dicesse «Sì, ora puoi baciarmi» dopo che avevi firmato la dichiarazione di consenso informato in triplice copia e la manleva per gli eventuali effetti secondari. Se riuscivi a mettere insieme il coraggio necessario, la baciavi e basta. Perché te l’aveva fatto capire in tutti i modi che era ora.

Le vacanze duravano tre mesi e mezzo. Senza compiti. Si partiva in treno scortati da un’amica di famiglia o un parente che tornava ggiù e si tornava a casa poco prima di ricominciare la scuola. Trasformati. Ci pensavano i cugini a farti fare esperienze che oggi fanno solo i trentenni accompagnati.

Scalzo e sempre in costume, che fossi al mare o in città a casa della zia, il colore della pelle si trasformava in bronzo brunito tanto che quando i genitori mi raggiungevano, la prima espressione che si dipingeva sul loro viso quando entravo nella stanza era “Mio figlio dov’è?”.

Si era precoci nel vizio. Ho fumato la prima volta a nove anni, quarta elementare: Nazionali Senza Filtro Esportazione, quelle col pacchetto verde e la sagoma della caravella nera. Uno delle banda ne aveva rubate cinque al padre, se l’era messe in tasca e ce le aveva portate insieme a qualche fiammifero. Uno schifo! Smisi subito, ma ricominciai a fumare a diciassette anni. Questa volta la pipa. 

Ma questa è un’altra storia. Si era già nei ’70.

© Paolo Nobile – Testo registrato su Patamu.com con numero di deposito 142102

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