Due parole sul cinema italiano

Due parole non richieste.

Il termine pregiudizio (dal latino prae, “prima” e iudicium, “giudizio”) (in inglese bias) può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di preconcetto o “giudizio prematuro”, ossia basato su argomenti pregressi e/o su una loro indiretta o generica conoscenza.

Wikipedia

Questa è la definizione migliore che ho trovato. Quella della Treccani fa riferimento alla mancanza di «una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose», ma nel caso del cinema ho, per quanto piccola, qualche diretta esperienza che mi permette di andare oltre al semplice mi piace/non mi piace.
Per quanto ci si sforzi, impossibile liberarsi dal pregiudizio. Non sono io a dirlo, ma filosofi del calibro, per esempio, di Raimon Panikkar o Hanna Arendt. Quindi affronterò l’argomento sapendo che adopererò certamente un pregiudizio nei confronti del cinema del nostro paese.

Ieri pomeriggio mi sono imbattuto in un film italiano che si ispira a un fatto realmente accaduto. Nessun titolo o riferimento preciso; ne parlerò in termini generici perché le caratteristiche del film sono comuni a troppi dei nostri prodotti. E non desidero allungare la lista di nemici.

Stavo facendo una ricerca su un fatto di cronaca della storia italiana, importante, ma ormai sconosciuto al cittadino comune, e ho voluto vedere come lo avevano trattato gli autori. Regista conosciuto, cast importante, personaggi principali e secondari tutti interpretati da attori noti; selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia, progetto finanziato dalla Regione e co-finanziato dall’unione Europea, film riconosciuto di interesse culturale con contributo ecc..
«Chissà che questa volta io non riesca ad arrivare alla fine». Mi sono fermato al dodicesimo minuto. Di una storia appassionante che poteva essere affrontata da diversi punti di vista e che offriva, da sola, nuda, la struttura drammaturgica sulla quale innestare personaggi sperabilmente intriganti, ne è stata tratta una versione insignificante, stereotipata, spenta, mediocre nell’esecuzione. L’ho già scritto in altre occasioni: in un famoso Ted Talk, Andrew Stanton afferma che probabilmente il primo comandamento da rispettare nel raccontare una storia è

“Make me care, please. Emotionally, intellectually, aesthetically, just make me care”.

E se non sei riuscito a ottenere la mia attenzione a nessun livello nei primi dodici minuti, ma al contrario sei riuscito a irritarmi già dalle prime inquadrature … .

Il soggetto, forse quello con cui sono stati ottenuti i finanziamenti, era probabilmente interessante proprio per la storia vera che fornisce lo spunto, la base sulla quale lavorare, ma l’esecuzione, nella forma di sceneggiatura e messa in scena, è così primitiva da assomigliare al risultato di un saggio di fine corso.
Gli attori, nonostante i nomi, davano la sensazione di aver dimenticato la differenza tra personaggio e caratterizzazione; non erano nella parte, risultavano fasulli. A parziale discolpa degli attori i dialoghi stereotipati, privi di sottotesto, ridondanti, quindi inutili al procedere della storia, non hanno certamente aiutato, anche se un maggiore rispetto dei tempi avrebbe reso il testo più scoppiettante e meno inorganico alla scena. La regia è generalmente elementare: totale, campo, contro-campo. Se c’è un movimento di macchina, è artificioso o addirittura casuale, spesso non necessario. La fotografia, dal punto di vista della sola luce, si salva, ma non sembra essere organica alla storia.
Non è l’unico film, purtroppo, ad avere queste caratteristiche. E troppe serie Tv hanno gli stessi problemi.

Perché? Provo a capire.

È un problema di soldi? Forse, ma non ne sono sicuro. Gli attori erano tra i più conosciuti, quindi presumibilmente tra i più pagati; bisognerebbe dedurre che fossero anche tra i più bravi, ma non è così per uno dei due che, forse, ha contribuito a peggiorare le prestazioni del partner. Comunque non era l’unico reparto a non funzionare.
Potrei sbagliare, ma la sensazione è che troppo spesso manchino nell’ordine: talento, mestiere, voglia di studiare. Il lavoro e la voglia di studiare, aggiornarsi, possono supplire, almeno in parte, alla mancanza di talento — Il duro lavoro batte il talento, se il talento non lavora duro. Questo relativamente ad attori, registi, scrittori. E i produttori, in un mercato asfittico come quello italiano, probabilmente non hanno alcuna voglia di rischiare su progetti innovativi e devono puntare tutto su nomi sicuri e di un certo richiamo per il pubblico. Succede anche a Hollywood, ma su altra scala. Comprensibile forse da un punto di vista meramente finanziario e di rischio di impresa se fai autoveicoli oggi, non nel cinema che è un’impresa pseudo-artigianale, almeno per noi italiani, ma a rischio altissimo. Se non te la senti di rischiare, o se non ne hai i mezzi intellettuali e culturali, forse dovresti fare un altro mestiere. Ma potrei sbagliare.

Può essere la sceneggiatura, il problema?

“To make a great film you need three things – the script, the script and the script.”

Hitchcock

Non solo Hitch, lo dice anche Ridley Scott. Infatti, un paio di suoi tonfi han peccato proprio in quel reparto.

Può essere la regia, il problema? Ho avuto modo di leggere molte sceneggiature di produzioni americane, alcune britanniche, nella versione di produzione o una delle ultime bozze, e spesso mi sono chiesto come da un testo in definitiva estremamente tecnico, quasi asettico, ne abbiano tratto dei film bellissimi, serie Tv coinvolgenti. A volte dei capolavori. Segno che probabilmente il regista è riuscito ad amalgamare tutti gli ingredienti per crearne un’opera armonica. Inoltre, immagino che l’alchimia, almeno quella professionale, con gli attori e il resto della troupe fosse pressoché perfetta.

Qualunque sia la ragione – probabilmente un insieme di quelle sopra elencate – il panorama, a parte le eccezioni, dal punto di vista dello spettatore è, secondo me, piuttosto ripetitivo e desolante. Nonostante ciò, la critica è troppo spesso favorevole di fronte a evidenti prodotti mal riusciti, che siano film cosiddetti impegnati (la critica militante!) o commerciali. Non riesco a capire come ciò che leggo nell’articolo possa riferirsi a ciò che vedo sullo schermo. Non so se si tratti di amor di patria o se la presenza di eventuali amici, conoscenti o familiari nella troupe funga come edulcorante nello scrivere. Possibile, l’ambiente è piccolo.

Rimane il fatto che da troppo tempo sono molto pochi i film italiani o serie Tv che ho visto per intero e ancora meno quelli che ho potuto apprezzare. Le classiche eccezioni.

E voi? Cosa ne pensate?

© Paolo Nobile – Tutti i Diritti Riservati – Testo registrato su Patamu con numero di deposito 145266

Incipit

Il suono di un tram in arrivo. Le carrozze vuote attraversano lo spazio con uno sfarfallio di luci e forme. Lo sferragliare del tram si affievolisce; lo spazio lasciato libero dalle carrozze si riempie delle architetture della via deserta, i lampioni accesi, i portici vuoti.
Quiete. Solo i rumori ovattati della città addormentata.

Certezza Di Cose Che Si Sperano

Milano. All’ispettrice Isotta Ales è affidata l’indagine sull’omicidio di una donna nel mondo della solidarietà. Ma Isotta disubbidisce al suo superiore, vuole occuparsi di un altro caso, quello che vede coinvolto il suo uomo, Delio, padre di un bambino di otto anni: chi ha tentato di uccidere Delio; perché; chi era la donna morta nella sua auto. Un noir nel quale le due indagini si sovrappongono permettendo a Isotta di scoprire una serie di omicidi collegati, ma costringendola ad affrontare la sua angoscia più grande mentre scopre di essere braccata. Una storia nella quale tutti i personaggi affrontano, ognuno in modo diverso, l’esplorazione del significato più profondo di fiducia.

Leggi qui l’anteprima del romanzo.
Certezza Di Cose Che Si Sperano è disponibile sia in versione cartacea, sia Kindle.